Per molto tempo Riccardo Scamarcio è stato soprattutto il bello del cinema italiano, quello di Tre metri sopra il cielo, diventato quasi all’improvviso l’idolo di una generazione e uno dei volti più riconoscibili del nostro cinema. Ma essere belli non significa essere superficiali, leggeri o incapaci, anche se spesso il cinema e il pubblico finiscono per costruire proprio questo tipo di associazione. Scamarcio, negli anni, ha dimostrato che gli stereotipi non sempre raccontano la verità: a volte raccontano soltanto quello che è più facile vedere.
La sua carriera ha preso una strada diversa. Senza rinnegare gli inizi, senza voler cancellare l’immagine che lo aveva reso famoso, ha cominciato a scegliere ruoli più adulti, più complessi, meno accomodanti, allontanandosi poco alla volta dal personaggio che gli era stato cucito addosso.
A me, per esempio, era piaciuto molto ne L’ombra del giorno di Giuseppe Piccioni, accanto a Benedetta Porcaroli, oggi sua compagna. In quel film Scamarcio è già molto lontano dagli inizi: più misurato, trattenuto, adulto. Non cerca di piacere, cerca il personaggio. Ed è forse proprio lì che si vede con chiarezza il passaggio.
Poi sono arrivati il cinema d’autore, quello internazionale, registi importanti e personaggi molto diversi tra loro. Ha lavorato con Paolo Sorrentino, Michele Placido, Kenneth Branagh, Johnny Depp, attraversando generi differenti senza perdere una propria identità. In Modì, nei panni di Amedeo Modigliani, questa maturità diventa ancora più evidente, con un personaggio irrequieto, fisico, tormentato, affrontato senza il peso di dover dimostrare qualcosa sulla propria immagine.
Nel frattempo è cambiato anche il suo rapporto con il cinema. Non è più soltanto l’attore chiamato a interpretare un ruolo: è diventato produttore, partecipa alla costruzione dei progetti, sceglie storie nelle quali evidentemente vuole riconoscersi.
E adesso arriva Venezia. Alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica ha vinto il Premio Orizzonti per la migliore interpretazione maschile per I figli della scimmia, diretto da Tommaso Landucci. Nel film interpreta Dario, padre di un bambino con disabilità, un uomo completamente assorbito dalla cura del figlio e attraversato da desideri, frustrazioni e contraddizioni che mettono in discussione gli equilibri della famiglia.
Non è un personaggio facile e forse non è casuale che proprio un ruolo di questo tipo gli abbia portato il riconoscimento veneziano. Scamarcio del film è anche produttore, un dettaglio che oggi non è più secondario perché racconta bene dove è arrivato: da volto simbolo di una stagione del cinema italiano a interprete che cerca, sceglie e costruisce i propri percorsi.
Il premio di Venezia, allora, non sembra tanto un punto di svolta quanto la conferma di qualcosa che era già accaduto. Riccardo Scamarcio ha semplicemente continuato a lavorare, film dopo film, fino a rendere sempre meno importante l’immagine con cui era stato etichettato all’inizio.
Il bello è rimasto. Ma nel frattempo è arrivato l’attore.
Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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