Settembre 4, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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GEORGE CLOONEY A VENEZIA. UN LEONE D’ORO PER QUASI TRENT’ANNI DI CINEMA

George Clooney è tornato a Venezia per ricevere il Leone d’Oro alla carriera. Non per accompagnare un nuovo film, ma per essere celebrato per un percorso che attraversa ormai quasi trent’anni di cinema.

Ed è forse questo il punto più interessante. Clooney non è rimasto soltanto il divo elegante e ironico che il pubblico riconosce immediatamente. Nel tempo ha scelto ruoli molto diversi, spesso più complessi di quanto la sua immagine lasciasse pensare, e parallelamente ha costruito una seconda carriera dietro la macchina da presa. Il Leone d’Oro diventa così l’occasione per rileggere una filmografia che ha saputo tenere insieme successo popolare e qualità.

C’è poi un aspetto che nel suo caso ha sempre rischiato quasi di distrarre dal resto: George Clooney è stato, ed è ancora, uno degli uomini più belli di Hollywood. Ma sarebbe davvero riduttivo fermarsi lì. Il fascino, la presenza e quella facilità naturale con cui sta davanti alla macchina da presa avrebbero potuto consegnarlo semplicemente al ruolo della grande star. Invece negli anni ha dimostrato di essere anche un grande attore e un regista capace di costruirsi uno spazio molto preciso, senza accontentarsi dell’immagine che il cinema gli aveva già cucito addosso.

Out of Sight lo impose definitivamente come protagonista cinematografico, mentre Ocean’s Eleven trasformò quel carisma in un successo globale. Ma se devo indicare il ruolo che personalmente gli riconosco come più congeniale, torno volentieri a The Peacemaker, accanto a Nicole Kidman. In quel film Clooney aveva già una naturalezza quasi perfetta dentro il personaggio: autorevole senza essere rigido, credibile nell’azione, ironico senza forzature. Un ruolo che gli calza addosso in maniera straordinaria e che, a mio avviso, anticipa molto del Clooney cinematografico che sarebbe venuto dopo.

Poi sono arrivati film che hanno mostrato una parte più complessa del suo talento. Syriana lo ha portato verso un cinema più politico, Michael Clayton verso personaggi meno rassicuranti, mentre Up in the Air e The Descendants hanno lavorato su uomini apparentemente sicuri che, poco alla volta, mostrano fragilità e contraddizioni molto umane.

E poi c’è Good Night, and Good Luck, forse uno dei passaggi più importanti della sua carriera. Presentato proprio a Venezia nel 2005, raccontava il giornalismo, il potere e la libertà di informazione con un rigore che andava ben oltre l’immagine della star hollywoodiana. È uno di quei film che spiegano bene perché Clooney, a un certo punto, abbia sentito il bisogno non soltanto di interpretare storie, ma anche di decidere come raccontarle.

È anche per questo che il Leone d’Oro alla carriera ha un senso particolare. Non premia semplicemente una lunga presenza sullo schermo, ma un percorso nel quale Clooney ha saputo cambiare senza rinnegarsi e soprattutto senza accontentarsi del ruolo che Hollywood sembrava avergli già assegnato. Essere uno dei belli del cinema poteva bastare. Evidentemente a lui non bastava.

A Venezia si è mostrato ancora una volta come lo conosciamo: ironico, disponibile, capace di scherzare con i fotografi senza trasformare tutto in una celebrazione di se stesso. Ma dietro quella leggerezza c’è ormai una carriera molto più articolata di quanto il personaggio pubblico lasci intuire.

Forse è proprio questo che oggi rende Clooney ancora così credibile. Più cresce il peso della sua carriera, meno sembra avere bisogno di dimostrarlo. Non cerca continuamente di ricordarci di essere George Clooney.

Gli basta esserlo.

Alessandro Sicuro

Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication

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