Alcuni equivoci da superare per capire come si costruiscono davvero identità, reputazione e diffusione di un brand
Quando oggi si parla di lanciare un brand, il pensiero corre quasi subito ai social. È comprensibile, perché sono i canali più visibili, più rapidi e apparentemente più accessibili. Ma proprio questa immediatezza ha creato uno degli equivoci più frequenti degli ultimi anni: pensare che basti esserci, pubblicare, ottenere attenzione e magari qualche numero importante per poter dire di avere costruito un marchio. Non funziona così.
I social possono essere straordinari acceleratori, ma prima deve esistere qualcosa che meriti di essere accelerato. E quel qualcosa non nasce da un algoritmo, da un reel riuscito o da una campagna ben fatta. Nasce molto prima, nel momento in cui un brand comincia a capire davvero chi è e perché dovrebbe esistere. È lì che bisogna scavare.
Bisogna tornare all’idea iniziale, alla persona che l’ha avuta, al modo in cui quel prodotto o quel progetto è arrivato a prendere forma. Capire quale bisogno intercetta e soprattutto che cosa porta di diverso: può essere un’innovazione, uno stile, oppure semplicemente un modo nuovo di interpretare qualcosa che esisteva già. Ma deve esserci un nucleo riconoscibile, perché senza quello non esiste identità: esiste soltanto un prodotto che cerca visibilità.
Ed è proprio qui che comincia il lavoro più importante. L’identità non si inventa a tavolino. Si individua, si mette a fuoco e si rende leggibile. Solo dopo può essere raccontata.
E il racconto, a sua volta, non è riempire la rete di contenuti. Non è produrre continuamente qualcosa per il semplice timore di sparire dal feed. È dare forma a una storia credibile, fondata su elementi reali, controllabili e coerenti con ciò che il marchio è davvero. Qui entra in gioco un concetto al quale tengo molto: il rispetto per la divulgazione.
Raccontare un brand significa assumersi la responsabilità di ciò che si racconta. Significa non costruire mitologie artificiali solo perché funzionano meglio in comunicazione, non trasformare una piccola intuizione in una leggenda e non confondere il mestiere del comunicatore con quello di chi deve semplicemente produrre rumore. Una buona divulgazione non invade. Sedimenta.
Fa arrivare nel tempo elementi coerenti, li fa riconoscere, li collega tra loro e permette a chi osserva di costruirsi progressivamente un’immagine precisa di quel marchio. È qui che si forma la reputazione. Ed è solo a questo punto che ha davvero senso parlare di canali.
La strategia, in fondo, è sapere quale immagine si vuole costruire e dove si vuole portare il brand. La tattica riguarda invece il modo in cui quella direzione viene perseguita, scegliendo di volta in volta i mezzi più adatti. I social appartengono soprattutto a questo secondo livello.
Possono essere utilizzati fin dall’inizio, naturalmente, ma non devono diventare il luogo in cui si decide chi siamo. Possono accompagnare la costruzione di un’identità, darle visibilità e allargare enormemente il pubblico raggiunto. Ma non sostituiscono il lavoro precedente. Ed è proprio qui che molti si fanno ingannare.
Un contenuto può diventare virale e portare in poche ore una quantità enorme di visualizzazioni, interazioni e contatti. Ma quella esplosione non coincide automaticamente con la costruzione di un brand. Può dipendere da un episodio, da un’immagine, da una provocazione, da qualcosa che vive quasi indipendentemente dal marchio. È l’effetto leva dei social, ed è potentissimo. Ma una leva moltiplica ciò che trova.
Se dietro c’è una base solida, quell’amplificazione può diventare molto utile. Se invece non c’è ancora una vera identità, il rischio è di ottenere un grande picco di attenzione senza lasciare nulla nella memoria delle persone. Ed è questa la differenza che spesso viene sottovalutata. La visibilità può arrivare in un giorno. La reputazione no.
Per costruirla occorre che il pubblico, nel tempo, impari a riconoscere quel marchio e ad associargli un significato preciso, fino a distinguerlo naturalmente dagli altri. È per questo che considero sbagliato partire chiedendosi semplicemente quale social utilizzare o quale formato possa funzionare meglio.
La domanda precedente dovrebbe essere un’altra: che cosa stiamo realmente portando davanti alle persone? Se la risposta è debole, nessuna piattaforma potrà correggerla davvero. Se invece esiste un’identità forte, un racconto credibile e una direzione chiara, allora i social diventano ciò che sanno fare meglio: portare quel segnale molto più lontano.
Perché l’ordine, alla fine, non cambia: prima l’identità, poi il racconto, poi l’amplificazione.
I social arrivano dentro questo percorso, non prima.
–
Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager Alessandro Sicuro Comunication
Scopri di più da ALESSANDRO SICURO COMUNICATION
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.


Altre storie
QUANDO CHI COSTRUISCE L’AI CI DICE CHE L’AI È PERICOLOSA: SI TRATTA DI REALTÀ O NARRAZIONE?
WHITE MILANO: LA MODA, LA RICERCA, LA TENDENZA, IN UN UNICO DISTRETTO
HERMÈS VS LOUIS VUITTON: DUE IDEE DI LUSSO, DUE IDEE DI POTERE