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La prima volta che Le Pergole Torte 2018 mi è arrivato nel bicchiere è stata una di quelle situazioni in cui assaggi senza troppe aspettative, bottiglia appena stappata, vino ancora chiuso, trattenuto, quasi timido. La mia reazione, fedele alla mia spontaneità, è stata schietta: l’ho trovato non giudicabile. Un vino aperto da pochi minuti è come una frase appena iniziata: non puoi definirlo, non puoi leggerlo davvero. Ha bisogno di ossigeno, di tempo, di spazio.
Ho aspettato, e dopo mezz’ora ha iniziato a cambiare passo: sul palato cominciavano a muoversi proprio quei profumi e quelle sensazioni che definiscono la classicità di questo vino — la ciliegia più matura, la verticalità, le note di rosa pressata, lavanda, terra e spezie leggere. È lì che la cosa è uscita fuori: la potenza, la precisione, la complessità. Dopo un’ora è successo il resto. Nella parte bassa del palato, verso la gola, è apparso quel vibrare sottile — non frizzante, ma una tensione viva, una micro-vibrazione tannica tipica dei Sangiovese più nobili. È lì che il vino si è aperto davvero: gli aromi sono esplosi, la struttura si è distesa, ed è venuta fuori l’alchimia meravigliosa di questa bottiglia.
Ci sono vini che non cercano l’effetto speciale: lo diventano. Le Pergole Torte è uno di questi. Un Sangiovese in purezza che negli anni ha costruito una sua grammatica, un suo vocabolario, una sua estetica. Non cerca parentele con i “super Tuscan”, non insegue mode, non si appoggia a legni generosi per sembrare più muscoloso: resta verticale, affilato, sensuale, profondamente toscano.
Lo si è visto di nuovo in modo netto nell’annata 2018, raccontata con precisione chirurgica da Monica Larner per The Wine Advocate: 96+ punti, con quel “+” che non è una carezza, ma un avvertimento. È il modo in cui i critici dicono: non avete ancora visto tutto. E infatti la finestra ideale di consumo è larga come un romanzo: 2022-2045.
Larner parla di “pura espressione di Sangiovese” e di un lavoro quasi ascetico per preservare eleganza e classicismo. In controluce si sente l’accenno di una ciliegia più matura, una spinta aromatica che non tradisce lo stile, anzi, lo intensifica. Nel bouquet si muovono tocchi di rosa pressata, lavanda, terra e spezie leggere: non come un teatro barocco, ma come una conversazione precisa, sussurrata, quasi zen.
Il punto, però, è il tatto. Chi conosce Le Pergole Torte lo sa: la seta dei tannini è il suo sigillo. Larner parla di “shapely and fine”, scolpiti e sottili, giovani ma già nobili. È la verticalità di Montevertine, quella maniera tutta loro di fare vini che stanno dritti, senza mai diventare rigidi.
E poi c’è la realtà della tavola, che spesso vale più di mille punteggi. Una bottiglia aperta a pranzo, in cantina, messa accanto a un monumento come Sassicaia 2016 (100/100) — e che non solo regge il confronto, ma conquista tutti. È questo il punto: Le Pergole Torte non è un vino che urla la sua grandezza, è un vino che la mostra. La fa respirare, la lascia emergere nel tempo, nei bicchieri, nelle conversazioni.
Annata dopo annata, Montevertine continua a dimostrare una cosa semplice: la modernità del Sangiovese non sta nel cambiarlo, ma nel capirlo più a fondo. E, come sempre, un ringraziamento personale va a Fabio: è uno dei pochi veri ricercatori di vini speciali. Le sue scelte non sono mai casuali.
Non ne sbaglia una.
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Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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